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STABILIZZAZIONI NEGLI ENTI PUBBLICI DI RICERCA

Nichi D’Amico,

Presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica

 

 


Premessa. Una norma introdotta in questi giorni nella Legge di Bilancio rivede i criteri di assegnazione di una percentuale della cosiddetta quota Premiale del FOE degli EPR, che non sarà più distribuita su base competitiva ma si consolida nell’assegnazione ordinaria di ogni Ente sulla base di percentuali storiche. La cosa in linea di principio è apprezzabile in quanto riconosce agli EPR l’autodeterminazione nell’utilizzo della quota da destinare alle attività di ricerca e sviluppo al proprio interno. Tuttavia in questi giorni circola, anche fra i corridoi della politica, l’idea che questa quota possa essere utilizzata dagli EPR per fronteggiare il problema delle stabilizzazioni. Non solo le risorse in questione sono largamente insufficienti, ma la cosa configurerebbe una semplice alchimia per aggirare un problema strutturale del Paese che già nel breve-medio termine si rivelerà comunque devastante. In questo editoriale cerco di delineare i contorni del problema portando ad esempio il nostro Ente, l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF). Simili considerazioni si applicano all’intero Comparto, che costituisce una delle eccellenze del Paese, ed è quindi uno dei settori in cui il Paese deve assolutamente reinvestire, e in misura sostanziosa. Si tratta evidentemente di un investimento urgente, da consolidare prima che i Paesi che affettuosamente continuiamo a chiamare emergenti, e che invece sono già drammaticamente emersi, ci cancellino.

 

L’assegnazione ordinaria e i finanziamenti esterni. L’INAF conta circa mille unità di personale a tempo indeterminato, distribuite pressoché in tutto il territorio nazionale, e dispone ad oggi di una assegnazione ordinaria di circa 78 Milioni di Euro. Questo corrisponde ad un FOE “pro capite” di circa 78mila Euro, che sottratti gli oneri stipendiali già non lascia molti margini per i costi fissi di gestione, se si considerano le grandi infrastrutture e laboratori, le partecipazioni internazionali e il prestigioso patrimonio storico dell’Ente. Nonostante le evidenti difficoltà generate da una assegnazione ordinaria che negli ultimi dieci anni ha risentito drammaticamente di tagli lineari indiscriminati applicati dalla “spending review,” l’INAF ad oggi è classificato dall’autorevole rivista internazionale Nature secondo al mondo per collaborazioni internazionali, e produce un ritorno industriale per il Paese che negli ultimi anni si sta rivelando imbarazzante. Si, imbarazzante: perché nell’ambito delle nostre prestigiose collaborazioni internazionali stiamo convogliando verso l’industria nazionale ingenti risorse economiche provenienti dalle casse dei nostri partner internazionali. Tutta questa eccellenza deriva dalle capacità delle nostre ricercatrici e dei nostri ricercatori di procurarsi finanziamenti esterni a progetto, che ad oggi si attestano su circa 40-45 Milioni di Euro all’anno.

 

La “palestra curriculare” e il precariato. Lo sbilanciamento strutturale fra assegnazione ordinaria e risorse esterne in relazione alle problematiche del “precariato”, si configura drammatico. Questo sbilanciamento ha visto negli anni l’impossibilità per l’INAF di immettere in ruolo una adeguata percentuale del suo stesso vivaio di nuove leve, che è mantenuto in vita proprio coi finanziamenti esterni. Certamente è fisiologico che un ente di ricerca si doti di una “palestra curriculare” anche più ampia delle prospettive di immissione in ruolo, ospitando al suo interno giovani non di ruolo che intendono cimentarsi nel circuito della ricerca in un’ottica di mobilità e rotazione, anche in un’ottica di selezione dei più adatti al profilo di attività dell’INAF. Allo stesso tempo però, è innegabile che il budget consolidato per le assunzioni di cui dispone oggi l’INAF, a seguito della costante e asfissiante “spending review” è gravemente sottodimensionato rispetto agli impegni internazionali e ai grandi progetti in cui l’Istituto si cimenta, e coi quali l’INAF contribuisce a fare primeggiare il marchio “Made in Italy” nel mondo. Di fatto, la consolidata supremazia dell’INAF in campo internazionale e l’eccellenza del servizio culturale e di sviluppo che l’Istituto offre al Paese, vedono un contributo sempre crescente di personale non di ruolo alla missione istituzionale dell’Ente, il che sta trasformando la prestigiosa “palestra curriculare” dell’Ente in un imbarazzante e pericoloso “serbatoio di precariato”. Non c’è dubbio che le stesse considerazioni si applicano ad altri EPR.

 

I numeri dell’INAF. E veniamo ai numeri. Ad oggi l’Istituto conta circa 400 unità di personale di ricerca non di ruolo, di cui una percentuale significativa ha già maturato una certa anzianità. E’ istruttivo analizzare le fonti di finanziamento esterne che consentono di mantenere questo capitale umano di eccellenza, e valutarne il ritorno per il Paese.

a) I finanziamenti ASI. Spiccano certamente i finanziamenti dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) che tengono conto di più di 150 unità di personale non di ruolo e che costituiscono il cuore pulsante delle missioni spaziali scientifiche per le quali l’INAF rappresenta l’Ente nazionale di riferimento. Questa circostanza è perfettamente coerente con la volontà del Governo di investire nell’Aerospazio.  Il Governo infatti ha dato di recente un impulso significativo agli investimenti nel settore, portando per esempio la quota italiana di partecipazione all’Agenzia Spaziale Europea (ESA) al 13.4% del totale, piazzando il Paese al terzo posto per contribuzione dopo la Germania e la Francia. Il programma governativo di investimenti del Paese nel settore spaziale trova copertura a lungo termine nel Bilancio pluriennale dello Stato, in particolare nel cosiddetto “Fondo investimenti”.  Il fondo in questione, di cui all’Art. 1, comma 140 della Legge 11 dicembre 2016 n. 232, è stato rifinanziato dalla Legge di Bilancio 2018 nella misura di 940 Milioni di Euro per l’anno 2018, 1.940 Milioni di Euro per l’anno 2019, 2.500 Milioni di Euro per gli anni dal 2020 al 2033. E’ certamente apprezzabile il coraggio e la lungimiranza di un Governo che investe ingenti risorse in investimenti, con cifre di questa portata. Ma non va dimenticato che non possono esistere investimenti che non prevedano una adeguata percentuale di risorse da allocare anche alla crescita del capitale umano di ruolo, altrimenti stiamo semplicemente programmando di costruire inutili e inutilizzabili cattedrali nel deserto.

b) I finanziamenti europei. Un’altra fonte significativa di supporto del vivaio di unità di personale non di ruolo nell’INAF, come certamente in altri EPR, sono i finanziamenti della UE. Si tratta di circuiti internazionali di eccellenza in cui si sviluppa tutta la scienza e la tecnologia che sono alla base dell’astrofisica del futuro. Si tratta di quel fermento intellettuale dove si sviluppano le idee che portano poi al concepimento delle nuove infrastrutture ciclopiche che i Governi dei vari paesi concordano di realizzare. Per alcune di queste per esempio, il MIUR ha avanzato alcune proposte al Governo, sempre sul “Fondo investimenti” di cui all’Art 1, comma 140 della Legge 11 dicembre 2016 n. 232. Anche in questo caso, gli ingredienti per farne investimenti virtuosi ci sarebbero tutti, ma senza una adeguata iniezione di risorse anche per il capitale umano di ruolo, si tratterebbe sempre di “cattedrali nel deserto”.

c) Altre fonti di finanziamento. Ci sono poi una varietà di altre fonti di finanziamento che offrono supporto al vivaio di unità di personale non di ruolo nell’INAF, come certamente negli altri EPR: il PON, il POR e altre misure, in cui attraverso forme di partenariato con altri soggetti pubblici e privati, si concretizzano programmi di sviluppo industriale precompetitivo, e anche qui le tecnologie di avanguardia che si sviluppano nell’astronomia moderna, e di cui l’INAF è uno dei depositari a livello internazionale, giocano un ruolo rilevante.  

d) Il ritorno scientifico e industriale per il Paese. Il ritorno scientifico è evidente, ed è testimoniato dalle classifiche internazionali, che ci vedono fra i primi al mondo e dalla valutazione della VQR che ci vede costantemente in cima alla classifica. Ma quello che è letteralmente impressionante è il ritorno industriale risultante dalle commesse per la realizzazione dei più prestigiosi impianti astronomici internazionali. In questo campo, il processo di trasferimento tecnologico che l’INAF opera in favore dell’industria nazionale è fondamentale. Mentre negli ultimi vent’anni, il ritorno industriale per il Paese si era attestato in circa il 120% degli investimenti di fonte italiana, la costruzione del più grande telescopio al mondo, E-ELT, ha letteralmente destabilizzato il concetto di “equo ritorno” che di norma si applica nelle collaborazioni internazionali: una commessa di 400 Milioni di Euro al consorzio italiano ACE (Astaldi-Cimolai-EIE) per la realizzazione della struttura meccanica; una commessa da 40 Milioni di Euro per lo specchio M4 assegnata al Consorzio italiano AdOptica; una commessa di 18.5 Milioni di Euro per lo sviluppo e la costruzione della strumentazione scientifica (il cosiddetto modulo “MAORY”), assegnata all’INAF.  A fronte di un costo totale di circa un miliardo di Euro per la costruzione di E-ELT, in carico ai paesi che aderiscono all’ESO (European Southern Observatory), circa il 50% del budget si sta muovendo dalla casse di questi Paesi verso le casse del nostro Paese.

 

Conclusioni, prospettive, e il ruolo del Governo. Tutta questa eccellenza è in mano a 1400 dipendenti dell’INAF, di cui 400 non sono di ruolo, e in base alle risorse governative “stabili” di cui disponiamo, neanche una moderata percentuale di questi lo saranno mai. Le risorse previste “ad hoc” nella Legge di Bilancio per le stabilizzazioni sono del tutto insufficienti. L’utilizzo, peraltro improprio, della quota premiale citata in premessa non cambierebbe la scarsità delle risorse in campo. La situazione è del tutto simile, se non in qualche caso più drammatica, in altri EPR. Oggi l’INAF, come gli altri EPR, ricorre ad unità di personale non di ruolo per dare corso a progetti e iniziative che vedono il Paese in prima linea sul fronte internazionale, e che peraltro trovano riscontro nelle aree di investimenti “in solido” del Paese. Da quanto si legge nelle relazioni di accompagnamento che ogni anno il MIUR sottopone al Parlamento, il FOE degli EPR negli ultimi anni ha perso almeno 120 Milioni di Euro. Il recupero di questo taglio al budget sarebbe solo la prima azione da intraprendere. Di fatto lo sviluppo degli EPR e il loro posizionamento nel contesto globale impone che il differenziale da integrare sia almeno il doppio del taglio citato. Una cifra dell’ordine di 250-300 Milioni di Euro per integrare il FOE degli EPR è una briciola nel Bilancio dello Stato, ma è quella briciola che fa la differenza fra i paesi avanzati e i paesi in via di sviluppo. Una manovra del genere riporterebbe a dimensioni fisiologiche le “palestre curriculari” degli EPR, che potrebbero trovare un continuo ricambio nel turn-over del personale senza creare pericolosi accumuli, e ne consoliderebbe il prestigioso ruolo nel contesto internazionale. Non esiste altra soluzione, rimangono solo alchimie che non cambiano la portata strutturale del problema. Senza una scelta di Governo forte, coraggiosa e determinata, i paesi che affettuosamente continuiamo ad appellare “paesi emergenti”, e che invece sono già emersi, molto presto lasceranno a noi il loro posto. Noi continueremo ingenuamente a blaterare che comunque siamo noi gli eredi di Galileo, di Leonardo Da Vinci, di Marconi, ma lo faremo dal baratro del terzo mondo.

 

 

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